Pratica Bioenenergetica: una via contro lo stress

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Pratica Bioenenergetica: una via contro lo stress

Ogni tensione muscolare, sia essa cronica (parte cioè della nostra armatura caratteriale), oppure gene- rata da uno stress temporaneo di qualsiasi genere e gravità è un «buco» nella nostra capacità di sentire il nostro corpo, quindi di percepire noi stessi.

di Monique Mizrahil

L’esercizio come strumento terapeutico

Ogni tensione muscolare, sia essa cronica (parte cioè della nostra armatura caratteriale), oppure gene-
rata da uno stress temporaneo di qualsiasi genere e gravità è un «buco» nella nostra capacità di sentire
il nostro corpo, quindi di percepire noi stessi. Nella contrazione, infatti, rimane trattenuta l’energia del-
l’emozione «pericolosa» che ci siamo negati: di conseguenza, non solo non siamo più in grado di agir-
la (piangendo, urlando, ridendo, pestando i piedi) ma non siamo neppure più capaci di sentirla: non
sappiamo se siamo tristi o arrabbiati, bisognosi di affetto o umiliati. Ogni tensione muscolare, quindi, è
un vuoto nella nostra capacità di percepire noi stessi, un vuoto nel nostro senso di identità.
Il corpo di ogni persona può essere rappresentato come una «mappa dei buchi d’identità»(1) che lo ca-
ratterizzano; una mappa, cioè delle parti bloccate, insensibili, tagliate fuori dalla percezione. Poiché si
tratta di buchi nella percezione della propria identità corporea ed emozionale, quindi nella consapevo-
lezza della propria realtà, le persone tenderanno a privilegiare l’identificazione con un’immagine idea-
le di sé, costruita sulla base di «ideali dell’Io» e «illusioni dell’Io». Come abbiamo visto, specifici ide-
ali e illusioni caratterizzano ogni tipo caratteriale (vedi, alle pagine precedenti, tabella «Processo di
formazione del carattere).
L’analisi bioenergetica ha proprio l’obiettivo di portare le persone a disidentificarsi con la propria im-
magine ideale, o narcisistica, e a ricongiungersi con la propria realtà fisica ed emotiva. Per farlo, abbi-
na allo strumento verbale, tipico delle altre terapie, uno strumento che le è peculiare: l’esercizio corpo-
reo. Gli esercizi, infatti, sciogliendo le tensioni e i blocchi muscolari, consentono alle persone di evo-
care e rivivere le emozioni che in quelle tensioni e in quei blocchi erano custodite. Quando le emozio-
ni rimosse riemergono alla consapevolezza, vengono elaborate analiticamente con il terapeuta, e via
via reintegrate nel senso di identità delle persone.


Le classi

Accanto alle terapie individuali e di gruppo, la bioenergetica ha messo a punto un’altra «formula»: le
classi di esercizi. Le classi sono gruppi di persone che, con la guida e l’aiuto di un conduttore, eseguo-
no specifici esercizi volti a sciogliere tensioni e blocchi muscolari nelle diverse aree del corpo. Con-
trazioni generate da stress temporanei ma anche blocchi cronici, inscritti nell’armatura caratteriale.
Quando con gli esercizi il corpo si libera dalle tensioni, l’energia intrappolata nei muscoli contratti ri-
prende a circolare, e le persone possono rientrare in contatto con quelle parti di sé che si erano chiuse
alla loro percezione.
Nonostante l’investimento corporeo ed emotivo sia a volte molto elevato, le classi non sono gruppi te-
rapeutici, perché non prevedono un momento di elaborazione analitica dei vissuti emotivi con il con-
duttore. Ciò non significa che i partecipanti siano abbandonati a loro stessi e alle loro emozioni: se per
esempio una persona piange, il conduttore di solito le si avvicina e la invita a respirare profondamente,
ma non entra nel merito delle ragioni del pianto. Il conduttore, che propone gli esercizi e vigila sui
processi in atto, è insomma una presenza che garantisce contenimento al gruppo, e sostegno alle singo-
le persone che si trovino a vivere emozioni che da sole non riescono ad arginare.


Contrazione ed espansione

Ogni classe (che dura un’ora e mezza circa e ha cadenza settimanale) si articola in una sequenza di e-
sercizi. Ogni esercizio si sviluppa secondo un ciclo di «contrazione» ed espansione, che è il ciclo natu-
(1) Maria Rita Borrello, La classe di esercizi bioenergetici. Uno strumento per il rinforzo dell’identità, in Psicologia e
Scienze Umane n°1, aprile 1997
rale dell’energia. Nella fase di «contrazione» il muscolo (o il gruppo di muscoli) su cui si sta lavorando
viene sottoposto a tensione. Quest’aumento di tensione, provocato volontariamente, è, in qualche mo-
do, una cura di tipo omeopatico: sovrapponendo tensione (volontaria) a tensione (involontaria e pree-
sistente) il corpo viene stimolato a reagire, rilasciando e liberando lo stress contenuto in quell’area. La
liberazione della carica avviene tramite movimenti vibratori, che in genere si sviluppano involontaria-
mente quando i muscoli raggiungono la tensione limite, ma può essere resa più immediata da un mo-
vimento espressivo. Per esempio i polpacci: se costretti con opportuni esercizi a tendersi e caricarsi, a
un certo punto iniziano spontaneamente a vibrare, e questo processo naturale può essere rafforzato in-
vitando le persone a scalciare, o a battere i piedi per terra. Dopo la scarica, l’organismo può finalmente
rilassarsi: scarica e rilassamento coincidono con il momento dell’espansione.
La tensione muscolare accumulata in risposta alle situazioni ambientali e sociali quotidiane può essere
paragonata a un’automobile che, bloccata in mezzo alla strada, impedisce il normale fluire del traffico:
a poco a poco la circolazione ne risente, non solo in quella strada, ma in tutta la zona, e alla fine nel-
l’intera città. Se si riesce a far ripartire l’auto, la circolazione riprende invece a fluire regolarmente. Co-
sì all’interno delle persone: un blocco muscolare impedisce il normale fluire di energia metabolica
(sangue e respiro) non solo nell’area interessata al blocco, ma in varia misura in tutto l’organismo.
Quando si consente alla tensione muscolare di scaricarsi, e quindi ai muscoli di rilassarsi, tutti i fluidi
vitali riprendono a circolare liberamente, col risultato di rimettere le persone in contatto con il loro
corpo e le loro emozioni (nelle parti in cui non scorre energia, infatti, non si percepisce il proprio cor-
po, né le emozioni lì trattenute).
Mano a mano che in una classe si lavora secondo questo ciclo energetico di tensione-carica-scarica-
rilassamento, l’energia delle persone tende a salire: nonostante gli esercizi siano spesso faticosi, alla
fine le persone si sentono meglio, perché la loro energia, non più intrappolata nelle tensioni corporee,
fluisce liberamente. Questa liberazione dalle tensioni, è una liberazione dallo stress (che, in inglese,
significa appunto tensione e deriva dal latino strictus, cioè costretto). Le classi di esercizi sono infatti,
in primo luogo, un efficace metodo anti-stress.

Il grounding

Avere grounding vuol dire avere i piedi sulla terra. Il contatto con il terreno può essere sentito in modo
più o meno profondo, a seconda delle persone e, nella stessa persona, da un momento all’altro della sua
vita. Ma avere grounding, in un senso più ampio, vuol dire anche essere in contatto con il proprio cor-
po, e con la verità della propria esistenza, anziché vivere «tra le nuvole», soltanto nella propria testa e
nei propri pensieri. Ogni classe prende il via da un esercizio di grounding, ma il grounding, nel suo
senso più esteso, è l’obiettivo stesso della bioenergetica: un corso di esercizi potrebbe infatti essere de-
finito come un processo di progressivo radicamento nella realtà della propria natura. Il corpo, insom-
ma, diventa uno strumento di consapevolezza per arrivare al centro di sé.
Negli esercizi di grounding, le persone si lasciano scendere, abbassano il proprio centro di gravità. Nel
nostro corpo, la metà inferiore è molto più simile, nelle sue funzioni, a quella di un animale (locomo-
zione, secrezione, sessualità) che la metà superiore (pensiero, linguaggio e manipolazione dell’ambien-
te). Mentre quasi tutte le filosofie orientali riconoscono l’importanza di avere il proprio centro («hara»)
nel basso ventre, gli occidentali sono di solito centrati nella parte superiore del corpo, soprattutto nella
testa. Ma la mancanza di contatto con la madre terra e con il ventre, che è letteralmente la sede della
vita, produce insicurezza e angoscia.
Nella posizione base del grounding, le persone sono in piedi, con le gambe distanti tra loro quanto le
ossa del bacino, i piedi paralleli e le ginocchia leggermente flesse. Le ginocchia sono infatti degli am-
mortizzatori: se fossero rigide non lascerebbero scorrere l’energia e non assorbirebbero il peso del no-
stro corpo, che verrebbe intrappolato nel fondo schiena, con conseguenti disturbi nella zona lombosa-
crale. A partire da questa posizione, si piegano e si raddrizzano leggermente le ginocchia, senza mai
distenderle completamente, sintonizzando questo movimento con il respiro. Il ventre è in fuori, perché
la pancia risucchiata in dentro rende impossibile una corretta respirazione.

La respirazione

Una buona e profonda respirazione è uno degli strumenti indispensabili in bioenergetica: è attraverso
la respirazione, infatti, che riceviamo l’ossigeno indispensabile per alimentare i nostri processi metabo-
lici, che a loro volta ci forniscono l’energia di cui abbiamo bisogno. Non si tratta di imparare a respira-
re come un mantice: al contrario, si tratta di re-imparare a lasciarsi respirare naturalmente, come fanno
i neonati e come da adulti non sappiamo più fare. Una respirazione sana è un’azione di tutto il corpo.
L’inspirazione è come un’onda che ha inizio nella parte profonda del bacino e scorre verso l’alto fino
alla bocca, mentre le grandi cavità si espandono per lasciar entrare l’aria. Spesso però, poiché abbiamo
la pancia, il torace o la gola contratti, non possiamo respirare bene. Nel corso delle classi di esercizi,
accade spesso che queste tensioni, acuite dall’aumento dell’energia in circolazione nel corpo, si liberi-
no attraverso il pianto: come ci insegnano i neonati, infatti, il pianto e i singhiozzi sono sistemi molto
efficaci per sciogliere la gola e il bacino quando la tensione diventa insopportabile.

Il suono

Molti di noi, da bambini, sono stati inibiti nell’uso della propria voce. «Non piangere! Non urlare!
Parla piano! Non ridere!» sono frasi che quasi tutti ci siamo sentiti ripetere più volte. Alla fine que-
st’inibizione è diventata cronica, e noi non siamo più capaci di lasciar uscire i nostri suoni, perché, per
reprimerli, e ubbidire così ai messaggi culturali ricevuti, abbiamo creato una serie di tensioni nella zo-
na della gola, del collo e della mascella. Ecco perché durante le classi di bioenergetica le persone sono
invitate a lasciar uscire i loro suoni: che siano sospiri, gemiti, pianti o risate, se lasciati fluire libera-
mente, attraversano il corpo come una corrente vibratoria che ne allenta le tensioni, rendendolo più vi-
vo.


Fare per sentire

Non c’è classe che non comprenda esercizi di grounding, e in cui i partecipanti non siano invitati a la-
sciarsi respirare e a lasciar uscire i loro suoni. Ma, sulla base di queste costanti, ogni classe si sviluppa
in modo originale, secondo sequenze di esercizi mirate di volta in volta a sciogliere armatura e contra-
zioni in determinate aree del corpo. A differenza di quanto avviene nella ginnastica, però, il fine non è
mai quello di eseguire «bene» l’esercizio, di dare una perfetta prestazione. Bensì quello di sentire le
sensazioni e le emozioni che via via si sviluppano nel corpo, e di imparare a convivere con esse, con la
gioia e con l’amore come con la rabbia e il dolore, se e quando è necessario. Frequentare le classi,
dunque, significa porsi nelle condizioni di ricevere dal proprio corpo una serie di informazioni su di
sé, e di sperimentare vissuti emozionali capaci di indurre cambiamenti importanti nel proprio modo di
essere.

Una struttura di autoregolazione

Si potrebbe obiettare che, poiché le persone mettono in atto manovre di contrazione muscolare proprio
per proteggersi dall’emergere di quelle emozioni, il loro riaffiorare alla coscienza potrebbe riportarle
al punto di partenza, innescando un nuovo identico meccanismo di tensione e difesa. Ma non è così. In
primo luogo perché, spesso, si tratta di contrazioni croniche, la cui origine risale alla prima infanzia: è
dunque molto probabile che, ora, da individui adulti, le persone siano in grado di accettare e integrare
emozioni che il loro Io bambino non era in grado sostenere. Solo che non si sono mai date l’occasione
di sperimentarlo, proprio perché questo è uno dei meccanismi dell’armatura: indurre le persone a cre-
dere che le proprie modalità caratteriali siano le uniche possibili, «senza via di uscita». In secondo
luogo perché una classe è un luogo protetto e sicuro, dove il conduttore accoglie le emozioni dei parte-
cipanti e, accettandole, dà loro il sostegno necessario per accettarle loro stessi, e sentire che sono in
grado di convivere con esse. Il che non significa che il conduttore inciti le persone a farsi travolgere
dalle loro emozioni, perché essere travolti da un’emozione non aiuta l’evoluzione personale, ma è un’e-
sperienza che induce a rinforzare le proprie chiusure. Al contrario, ciò che avviene in una classe di e-
sercizi è che i partecipanti imparano a creare, proprio con l’energia e la consapevolezza di cui rientrano
via via in possesso, una struttura di autoregolazione. Che non è una struttura di autorepressione, ma
una struttura di autocontenimento: una struttura psico-fisica che, rinforzandoci nel nostro senso di i-
dentità, ci consente di lasciarci andare, di arrenderci ai nostri sentimenti e alle nostre emozioni, senza
paura di esserne sopraffatti. Entrare in contatto con le proprie emozioni, darsi la possibilità si sentirle e
agirle, è molto diverso che esserne travolti.


Ricominciare a vivere

Mano a mano che questa struttura diventa più solida, crescono il numero, la qualità e l’intensità delle
emozioni che possiamo permetterci di vivere, proprio perché sappiamo di poterle contenere. È un per-
corso circolare: più energia e più emozione Æ più struttura di autoregolazione Æ più energia e più
emozione consentiti.
Quindi, se nell’immediato gli esercizi di bioenergetica sono soprattutto un modo per combattere lo
stress quotidiano, nel lungo periodo divengono uno strumento per riannodare i fili spezzati della nostra
evoluzione, reintegrando nel nostro senso di identità le sensazioni e le emozioni da cui gli eventi della
vita ci avevano costretti a prendere le distanze. In un certo senso, una classe di esercizi è come una
famiglia ideale, al cui interno le persone possono rinascere e ricominciare a crescere: questa volta non
ci saranno sentimenti proibiti, né minacce, né punizioni.

Rimanere in ascolto

Proviamo a immaginare l’inizio di una classe. Le persone sono in piedi, con le ginocchia leggermente
flesse, il centro di gravità spostato verso il bacino, gli occhi chiusi: è la posizione base del grounding.
Il conduttore, di solito, chiede loro di sentire il contatto con il terreno, di lasciarsi respirare liberamente
e di rimanere in ascolto del proprio corpo. Il corpo è un grande contenitore di informazioni, ma molto
spesso siamo distratti da altro, e non ci è facile indirizzare lì la nostra attenzione. Per farlo, bisogna
abbandonare i propri pensieri volontari (del tipo «devo ricordarmi di pagare la bolletta»), sottraendo
così alla testa quel ruolo egemonico, e un po’ tirannico, che detiene nella cultura occidentale. A poco a
poco, con il cervello messo a tacere, il corpo inizia a dirci alcune cose su di noi: sentiamo per esempio
la tensione delle spalle, o l’instabilità delle gambe, o l’affanno del respiro. In questa presa di contatto
con noi stessi possiamo riconoscerci («i soliti piedi freddi») oppure sorprenderci («mi sento strana-
mente vibrante») e imparare così che possiamo essere in un modo oppure in un altro.
A questo punto può accadere che il conduttore chieda a ciascuno dei presenti di esprimere ad alta vo-
ce, con una frase, la sensazione preponderante che gli proviene dall’ascolto del proprio corpo, identifi-
candosi con essa. Per esempio: «sono la rabbia nelle mie spalle» o «sono l’ansia del mio respiro». È
un esercizio molto potente, che ancora una volta induce le persone a identificarsi con la propria identi-
tà corporea, piuttosto che con la propria immagine mentale.
Mobilizzazione
Terminata questa fase di contatto con se stessi e di ascolto si entra di solito di un lavoro di mobilizza-
zione di una zona del corpo, per esempio le braccia. Il conduttore propone degli esercizi volti ad au-
mentarne o scaricarne la tensione. Possono essere esercizi da eseguire da soli, o esercizi da fare in
coppia: in quest’ultimo caso l’aumento della tensione nelle braccia, e quindi della carica di aggressività
in esse contenuta, trova una persona reale con cui esprimersi e confrontarsi. A questo «altro» possiamo
attribuire qualsiasi volto, ma anche nessun volto, oppure il volto della nostra angoscia. Rimanendo
presenti nelle nostre braccia possiamo entrare in contatto con la nostra aggressività, consentendoci di
accettarla e reintegrarla come parte di noi. A un certo punto di questo lavoro di carica le braccia inizie-
ranno a vibrare, e questo processo naturale di scarica della tensione può essere sostenuto da movimenti
espressivi, come vibrar pugni nell’aria o sgomitare gridando «via!».
Come la mobilizzazione delle braccia ha soprattutto l’obiettivo di rimettere le persone in contatto con
la loro autoassertività e aggressività, così esistono sequenze di esercizi mirate a risvegliare ogni altra
parte del corpo e tutte le emozioni in essa dimenticate: l’amore imprigionato nel petto come la paura
cristallizzata nello sguardo. Procedendo nel lavoro, mentre affinano la loro capacità di ascolto e si rin-
saldano nel loro equilibrio, le persone ricompongono a poco a poco la loro interezza, ricucendo le parti
di sé che erano state costrette a tagliar fuori.

Il risveglio

Di norma, le classi terminano con esercizi di rilassamento. In questa fase, il nostro centro di identità si
è spostato dalla testa, dove risiede abitualmente, a tutto il corpo. È uno stato di «diffusione» in cui
l’energia, messa in moto dagli esercizi precedenti, fluisce senza ostacoli: idealmente, si è azzerata o-
gni tensione.
La scomparsa delle tensioni, per quanto in realtà solo parziale, è qualcosa che ci avvicina alla condi-
zione del nostro essere originario, a un «paradiso perduto» in cui, non esistendo la paura e la colpa,
non eravamo ancora stati costretti a costruire armatura. L’invito di Gesù a «tornare fanciulli» per otte-
nere il «regno dei cieli» sembra esprimere metaforicamente questa stessa idea. È questo il momento
della classe in cui il rilassamento può sconfinare e confondersi con la meditazione. Dove per «medita-
zione» non si intende un imprecisato stato mistico, appannaggio solo dei santoni indiani, o uno stato
alterato di coscienza. Al contrario, gli stati alterati di coscienza sono quelli in cui viviamo normalmen-
te, travolti da necessità meramente egoiche, bisogni indotti, eccessiva informazione, stimoli fastidiosi.
La meditazione a cui i partecipanti a una classe di esercizi possono accedere è un «vedere dentro», uno
spostare l’attenzione, la ricettività e la sensibilità verso il centro di sé. È tutt’altro che una comprensio-
ne intellettuale: anzi è il recupero di una consapevolezza intuitiva, fondamentale e dimenticata, un co-
noscere, o meglio, un riconoscere, che è al tempo stesso un essere. E l’illuminazione, il risveglio, av-
viene proprio nel momento in cui, entrando dentro se stesse come testimoni imparziali, che prendono
nota delle emozioni senza giudicarle, le persone riescono, anche se solo per pochi istanti, ad avere una
visione nitida della propria realtà.

INFO E ISCRIZIONI

Per avere ulteriori informazioni compilate il modulo sottostante o potete contattarmi via email all’indirizzo guainazzi@gmail.com o direttamente al numero: 338 7337286 (Daniele)

 

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