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La Forza dell’Intento
11/10/2026
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Le vibrazioni in Bioenergetica: quando le gambe tremano e il corpo lascia andare

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Che cosa sono, comme nascono e perché non si possono forzare

Siete in piedi, i piedi alla larghezza del bacino, le ginocchia morbide. Vi piegate in avanti fino a sfiorare il pavimento con le dita, senza caricarci il peso. Poi cominciate a raddrizzare le gambe, molto lentamente. Dopo qualche decina di secondi qualcosa parte da solo: un fremito nelle cosce, a volte nei polpacci, che non avete deciso voi.

C’è chi sorride. C’è chi si spaventa e stringe subito le gambe per farlo smettere. C’è chi pensa «sono solo stanche», e ha ragione, in un senso preciso che vedremo più avanti. Chi pratica da tempo lo riconosce come il momento in cui il respiro scende, il peso va nei piedi e per un attimo il corpo smette di tenersi.

Nella tradizione bioenergetica questo fenomeno si chiama vibrazione. Se ne parla spesso con una certa reverenza e poche spiegazioni. Qui proviamo a guardarlo da vicino, con le parole di Lowen e con quelle di un allievo di Luciano Marchino che ha cercato di spiegarlo con gli strumenti della neurofisiologia. Poi lo accostiamo al tremore neurogeno del metodo TRE di David Berceli e al nome che lo yoga dà all’energia che risale dalla base della colonna, Kundalini.

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Che cosa intendeva Lowen

Il libro in cui Alexander Lowen dedica più spazio al tema è un manuale di esercizi, scritto con Leslie Lowen. Il titolo originale è The Way to Vibrant Health, in italiano Espansione e integrazione del corpo in Bioenergetica (Astrolabio, 1979). Il primo capitolo si intitola «Vibrazione e motilità».

L’idea di partenza è semplice. Un corpo vivo non sta mai fermo. Il bambino che dorme è attraversato da leggeri tremiti, sul viso, sulle braccia, sulle gambe, e anche noi adulti ne facciamo esperienza ogni tanto. Per Lowen questa motilità nasce da uno stato di eccitazione interna che affiora di continuo in superficie sotto forma di movimento: quando l’eccitazione cresce c’è più movimento, quando cala il corpo si calma. Se cresce in modo coordinato si formano onde pulsanti, che conosciamo nel battito del cuore, nel movimento dell’intestino, nell’onda del respiro quando ci rilassiamo davvero, nelle ondate di sensazione delle emozioni forti. Poi aggiunge una constatazione che colpisce: di solito non ci permettiamo di rilassarci pienamente, di respirare a fondo, di sentire con intensità.

La vibrazione, scrive, segnala una carica nella muscolatura, come quella di un filo elettrico attraversato dalla corrente. E la sua qualità racconta qualcosa. Vibrazioni brusche e irregolari indicano che l’eccitazione passa attraverso muscoli contratti in modo spasmodico o cronico, come le rapide di un fiume segnalano rocce sul fondo. Quando le tensioni si allentano le vibrazioni si fanno più sottili, quasi invisibili in superficie, e si sentono come un fremito piacevole. Lowen resta pragmatico: «meglio sussultare che non vibrare affatto».

Gli esercizi servono ad aumentare la capacità del corpo di tollerare eccitazione e piacere, a condizione che l’io sia ancorato nel corpo e non tema di assecondarne le reazioni involontarie. Quando le vibrazioni attraversano tutto il corpo, dice Lowen, la persona si sente unita, intera.

Due parole, due radici

Intento e intuito suonano vicini, ma hanno radici latine diverse, e la differenza è istruttiva.

Intento viene da intendere: in più tendere, tendere verso, dirigere. È la famiglia di tensione, intenzione, attenzione. L’immagine di fondo è quella di un arco teso verso il bersaglio: un movimento del corpo intero che si orienta.

Intuito e intuizione vengono invece da intueri: in più tueri, guardare, fissare lo sguardo su qualcosa. La lettura diffusa «vedere dentro» è più suggestiva che esatta; in latino significa piuttosto contemplare, osservare con attenzione. Curiosamente, tueri vuol dire anche custodire, ed è la radice di tutela.

Messe insieme, le due parole descrivono un processo. L’intuizione vede la direzione. L’intento è il corpo che si tende verso di essa.

Le gambe di Reich e di Lowen

Il fenomeno ha una storia. Nel libro Bioenergetica (1975) Lowen racconta la propria terapia con Wilhelm Reich, psicoanalista della cerchia di Freud. Durante le sedute, quando avvicinava e scostava lentamente le ginocchia, gli tremavano le gambe, e le labbra gli tremavano quando seguiva l’impulso di protenderle. Reich, da parte sua, aveva imparato a fare pressione sui muscoli tesi della mandibola: sotto la pressione quei muscoli si affaticano e «mollano», il respiro diventa più libero e nel corpo e nelle gambe compaiono spesso tremiti involontari.

Anni dopo, lavorando su se stesso con John Pierrakos, Lowen cercava un lavoro più radicale sulle gambe. Allargava i piedi, piegava le ginocchia e arcuava la schiena. Poi invertiva la posizione e si piegava in avanti, a sfiorare il pavimento con le ginocchia flesse. La sensazione nelle gambe cresceva, e le gambe cominciarono a vibrare. Da questi due esercizi, racconta, prese forma il concetto di grounding.

L’esercizio base

Nel manuale l’esercizio 1, a pagina 20, è l’esercizio base di vibrazione e grounding. Si parte con le ginocchia piegate e le punte delle dita al pavimento, e si raddrizzano lentamente le gambe finché non partono le vibrazioni. Le ginocchia non vanno bloccate all’indietro, perché si immobilizzerebbero le gambe. Si respira con calma, per circa un minuto.

Dopo gli esercizi in cui ci si inarca all’indietro, come l’arco, Lowen consiglia di flettersi in avanti: la flessione favorisce la scarica dell’eccitazione accumulata, e quella scarica si manifesta nelle vibrazioni delle gambe. Per questo si comincia spesso dall’arco e poi si passa alla flessione. Per i più giovani le gambe vibrano con facilità. Con gli anni diventano più rigide, e lo sono di più al mattino che a metà giornata.

Lowen insiste su un punto che vale per tutto: sono esercizi, non prove di abilità. Praticati in modo meccanico rendono poco, praticati in modo coercitivo perdono efficacia, praticati in modo competitivo non fanno provare nulla. E con o senza vibrazioni, l’esercizio aiuta a entrare nelle gambe e nei piedi. Questa è la descrizione del manuale, non un invito a fare da soli ciò che si fa meglio in classe, con qualcuno che osserva e rallenta quando serve.

Che cosa succede nel muscolo

Nel 2011 Gian Giacomo Baggio, ingegnere meccanico, allievo di Luciano Marchino e formatosi all’Istituto di Psicologia Somatorelazionale (IPSO), ha scritto un breve saggio: Esercizi bioenergetici e vibrazioni. Cenni di neurofisiologia. La premessa è schietta. Senza una base neurofisiologica gli esercizi rischiano di ridursi a una pratica eclettica di movimenti e di gesti, e le vibrazioni a una discontinuità tanto enfatizzata quanto marginale. Baggio aggiunge subito che la conoscenza scientifica non basta a fare buoni esercizi: restano un’arte, che sollecita esperienze difficili da descrivere.

La sua tesi si può dire così. Un muscolo è fatto di tante unità motorie che si alternano: mentre alcune lavorano, altre riposano, e il sistema nervoso compensa in modo che la forza resti costante. Anche da fermi questa alternanza produce variazioni minime, che non sentiamo. Quando il muscolo si affatica la compensazione diventa difficile, le oscillazioni di forza crescono fino a farsi visibili, e il corpo vibra. Le vibrazioni sono quindi due cose insieme: il segnale che il muscolo è arrivato al limite e la strategia con cui le fibre si riposano restando sotto carico. Per Baggio non hanno «nulla di esoterico».

Il motore del movimento è una coppia di riflessi. Baggio la descrive sulle ginocchia, in posizione supina dopo la respirazione a farfalla, quando adduttori e abduttori delle cosce sono stanchi. La forza degli adduttori cala e il ginocchio scivola verso l’esterno. Lo stiramento improvviso fa contrarre per riflesso i muscoli stirati (riflesso di stiramento). Intanto l’innervazione reciproca, se il livello centrale lo autorizza, spegne l’azione dell’antagonista, che si allunga senza carico e si riposa. Il ginocchio supera il punto di equilibrio e il ciclo ricomincia nell’altra direzione. Le due gambe vibrano in sincronia, perché adduttori e abduttori formano un sistema integrato, il cui compito è mantenere la simmetria necessaria alla postura eretta e al cammino.

Somiglia molto alla scena che Lowen racconta della sua terapia con Reich: ginocchia che si avvicinano e si scostano piano, gambe che cominciano a tremare.

Il permesso

Per Baggio la stanchezza dei muscoli è condizione necessaria ma non sufficiente. Manca un’autorizzazione. Riflesso di stiramento e innervazione reciproca sono sotto la supervisione di strutture corticali e sottocorticali, e in caso di pericolo vero o presunto il controllo superiore ritarda l’entrata in funzione delle vibrazioni, perché il loro insorgere toglie precisione alla risposta muscolare. Da qui la paura che alcune persone mostrano alla prima, brevissima vibrazione: la paura di perdere il controllo, di abbassare le difese in una situazione vissuta come pericolosa.

Nello sport l’allenamento serve, tra l’altro, a spostare più in là il momento in cui il muscolo cede. Gli esercizi bioenergetici, osserva Baggio, perseguono paradossalmente lo scopo opposto: creare uno stato in cui il permesso di vibrare sia facilitato e diventi un’esperienza desiderata e piacevole, in una situazione priva di pericoli e con una tregua, almeno momentanea, dagli stress attuali e dalle tensioni che ciascuno porta dalla propria storia.

Può succedere che le vibrazioni arrivino subito, all’inizio di una classe, al semplice invito a flettere appena le gambe: il corpo si accorge, nell’ambiente rassicurante del gruppo, di tensioni inutilmente alte e decide di lasciarle andare. Per altri servono poche classi. Per altri ancora le vibrazioni sono, scrive Baggio, un miraggio che richiede di attraversare il deserto. Nessuna di queste strade dice qualcosa sul valore della persona.

Tono caratteriale, cocontrazione e ampiezza

Baggio parte dai muscoli posturali. Il tono con cui ci teniamo in piedi ha una parte che serve a contrastare la gravità e una parte in più, che dipende dalla storia di ciascuno, dai conflitti non risolti, dalle difese: lo chiama tono caratteriale. Sul piano fisiologico quella parte in più è una cocontrazione, cioè muscoli agonisti e antagonisti attivi insieme. Se tengo il bacino spostato in avanti, sono in tensione sia i muscoli che lo portano avanti sia quelli che lo ritraggono, altrimenti non starebbe fermo. È la base fisiologica della postura e dell’andatura tipiche di ciascun carattere, e dunque dell’armatura caratteriale di cui parlava Reich.

Qui si capisce perché le vibrazioni non siano tutte uguali. Se la cocontrazione è forte, e forte è la resistenza inconscia a lasciarla andare, le vibrazioni risultano ampie e a scatti: la tensione dell’antagonista scende all’improvviso e lo spostamento è brusco. Quando cocontrazione e resistenza si riducono, le vibrazioni diventano piccole e fini. Per questo Lowen le preferisce di piccola ampiezza e chi conduce invita a ridurla. Non per un gesto volontario da compiere, spiega Baggio, ma per creare una retroazione tra ampiezza delle vibrazioni e stato psichico.

Marchino e Mizrahil, ne Il corpo non mente, descrivono un meccanismo che va nella stessa direzione e lo chiamano omeopatico. Molti esercizi sulle gambe aumentano volontariamente la contrazione cronica e involontaria, e l’organismo risponde innescando un meccanismo che la dissolve. Quando la tensione è cronica non sentiamo più né lei né il sentimento che doveva tenere lontano. Facendola scattare, a volte si sente che cosa c’era sotto.

Gli stessi autori mettono un limite onesto. Le tensioni di stato, legate a una situazione contingente, si possono sciogliere con una classe di esercizi. Le tensioni di tratto, croniche e inconsce, richiedono un lavoro di altro tipo. Una classe ammorbidisce, non sostituisce.

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Carica, scarica e sistema nervoso

Reich descriveva il ciclo dell’eccitazione con quattro parole: tensione, carica, scarica, distensione. Baggio le rilegge in chiave muscolare e nota una differenza con lo sport. Nell’esercizio sportivo il senso sta nel gesto, colpire la palla. In quello bioenergetico il passaggio indispensabile è entrare in contatto con le proprie tensioni. I passi sono gli stessi, con la logica rovesciata.

Sul versante neurovegetativo la sua osservazione è che la vita moderna attiva di continuo la risposta allo stress senza darle uno sfogo muscolare, e l’energia mobilitata resta inutilizzata. Gli esercizi, ripetuti molte volte, abituano il sistema a un’alternanza rapida tra la componente simpatica, che consuma energia, e quella parasimpatica, che la rinnova. Marchino e Mizrahil la descrivono allo stesso modo: la scarica attiva il simpatico, poi subentra il parasimpatico e le persone si distendono.

Le vibrazioni sono, per Baggio, lo strumento principale di questa rieducazione. Se ci si arrende al loro arrivo, il dolore muscolare si attenua, la sensazione di pericolo si trasforma in sicurezza, il respiro si fa meno affannoso e il battito rallenta. Se invece si risponde con più contrazione, l’alternanza si compie lentamente e solo in parte, e ci si porta nell’esercizio successivo un residuo di carica. L’agente principale, scrive, è il piacere dell’esperienza, vissuta in un ambiente senza pericoli e con la solidarietà del gruppo.

Baggio richiama anche le due componenti del parasimpatico descritte da Stephen Porges: una più antica, di spegnimento, che può bloccare di fronte a un’esperienza traumatica, e una evolutivamente successiva, più raffinata, legata al contatto sociale.

Un’onda che può attraversare tutto il corpo

  • In alcune persone le vibrazioni si estendono a più distretti muscolari. Baggio le avvicina alla situazione, che chiama mitica, descritta da Reich come riflesso dell’orgasmo, in cui onde ritmiche attraversano tutto il corpo. In altre persone restano a lungo circoscritte a un solo gruppo muscolare.
  • Lowen, in Bioenergetica, tiene a precisare che il riflesso dell’orgasmo non è un orgasmo. L’apparato genitale non è coinvolto, non c’è eccitamento sessuale e nemmeno scarica. È un movimento ondulatorio involontario che compare quando il respiro è libero e ci si abbandona al corpo: a ogni espirazione la pelvi si muove in avanti, a ogni inspirazione all’indietro.

Berceli e il TRE: lo stesso tremore, un’altra porta

David Berceli è un antropologo clinico esperto di trauma. Ha lavorato per anni in zone di guerra, in Africa orientale, in Medio Oriente, nei Balcani, e ha osservato che gli esseri umani, come gli altri mammiferi, hanno un meccanismo innato per scaricare la tensione accumulata sotto stress: un tremore involontario che attraversa il corpo, di solito dal bacino e dalle gambe. Negli adulti, nota, questo riflesso viene spesso inibito. La cultura insegna a stare composti, a controllarsi, a non far vedere.

Da qui il metodo TRE, Tension and Trauma Releasing Exercises. È una sequenza di sette esercizi, circa venti o trenta minuti, pensata per affaticare in modo controllato i muscoli profondi di bacino e gambe, in particolare lo psoas, il muscolo che collega le vertebre lombari al femore e permette di flettere l’anca. Quando è stanco al punto giusto, il tremore parte. L’ultimo esercizio si fa a terra, supini, con le piante dei piedi unite e le ginocchia che si richiudono molto lentamente, di pochi centimetri alla volta, finché a una certa angolazione lo psoas comincia a tremare. Da quel momento il tremore non va guidato né forzato. Si lascia essere per il tempo che serve.

Chi ha letto fin qui riconosce lo schema di Baggio: un muscolo affaticato e un permesso. Anche la posizione al muro del TRE, con le ginocchia piegate a novanta gradi, ricorda le posizioni in cui Lowen carica le gambe per far arrivare la vibrazione. Peter Levine, fondatore del Somatic Experiencing, descrive lo stesso fenomeno come il riflesso di scarica con cui gli animali, dopo un pericolo, dissipano l’attivazione del sistema nervoso autonomo. E Reich, che parlava di vibrazioni vegetative spontanee, le considerava il segno più sicuro dello scioglimento della corazza muscolare.

Le differenze contano. Il TRE è pensato per essere imparato e ripetuto da soli, con una sola sequenza e un solo scopo. Una classe di Bioenergetica offre molti esercizi, un conduttore che osserva, un gruppo, e le vibrazioni sono una tappa dentro un lavoro che comprende respiro, voce, contatto. Hanno però in comune una regola di fondo: la possibilità di fermarsi appartiene alla pratica. Nel TRE basta stendere le gambe e il tremore si interrompe. E se un giorno non parte, va bene così: il sistema nervoso, in quel momento, non vuole scaricare.

Il TRE ha presupposti e una formazione propri. Per imparare il protocollo completo conviene rivolgersi a un TRE Provider certificato. Qui interessa il punto d’incontro: lo stesso tremore, raggiunto da una strada diversa.

Kundalini: spingere verso il basso, lasciare che qualcosa salga

Nella tradizione yogica Kundalini è il nome dell’energia vitale presente in ogni essere vivente, che negli esseri umani risiede alla base della colonna vertebrale. È la zona che lo yoga tradizionale lega con il trattenimento pelvico, mula bandha. In Bioenergetica si fa il contrario: il pavimento pelvico non si contrae, si lascia aprire, perché l’energia possa scorrere liberamente verso il basso.

La somiglianza con le vibrazioni sta nell’esperienza: un’onda che parte dal basso e attraversa il corpo. Il paragone si ferma lì. Nei gruppi la fase di vibrazione ispirata alla meditazione kundalini si fa in una variante. Non si scuote il corpo verso l’alto. Si spinge con i piedi nel pavimento e si cerca sempre il contatto con il suolo, e la vibrazione che ne nasce è una conseguenza della spinta verso il basso e di una continua ricaduta del corpo. Dopo un po’ il ritmo tende a farsi regolare, longitudinale, quasi meccanico. Lo si spezza ogni volta che lo si sente o che arriva un pensiero: ci si affida ai piedi, si lascia andare il respiro caotico e il movimento sciolto, si porta movimento dove si sente rigidità, blocco, fatica o fastidio.

Prima di arrivarci si lavora sull’ileopsoas, il flessore dell’anca che lega i movimenti del bacino e trattiene l’energia che arriva dalle gambe. È lo stesso muscolo su cui Berceli costruisce il suo protocollo.

La lettura di fondo viene dall’ultimo Lowen e da Marchino: l’energia, oltre a scaricarsi verso il basso, può essere lasciata salire e portare comprensione e presenza. La scarica non è lo scopo, a volte è un mezzo.

Una precisazione di metodo. Ellen Green Giammarini, che negli anni Settanta ha tenuto a Roma la prima classe di esercizi bioenergetici, osserva che molte attività si presentano come classi di Bioenergetica pur essendo altro, tra cui spazi in cui si provano metodi che promettono di risvegliare la Kundalini. Per questo il nome indica qui una somiglianza di esperienza e non una promessa. Nessun risveglio da ottenere, nessuna energia da far salire con la forza.

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Come riconoscerle e che cosa osservare

Qualche domanda per chi le incontra, in classe o a casa. Servono per ascoltare, non per darsi un voto.

  • Dove partono: nelle cosce, nei polpacci, nel bacino?
  • Sono ampie e a scatti, o piccole e regolari?
  • Che cosa fa il respiro nel momento in cui arrivano?
  • Che cosa fate voi quando le sentite: assecondate o stringete?
  • Compare un’emozione, paura, sollievo, riso, oppure niente?
  • Dopo, come sono i piedi, le gambe, il respiro?
  • Dopo quanto tempo arriva la voglia di farle smettere?

Che cosa non sono, e alcune cautele

Le vibrazioni non si producono per forza di volontà, e Lowen lo dice chiaro: un esercizio eseguito in modo coercitivo perde efficacia. Non c’è un numero di classi dopo il quale arrivano. Non misurano il valore di chi pratica né il progresso di un percorso.

Lowen precisa anche che gli esercizi non risolvono i problemi emotivi profondi, e che chi li pratica scopre spesso di desiderare un intervento competente per elaborare ciò che emerge. Baggio aggiunge una cautela sugli esercizi espressivi intensi e prolungati: per alcuni quadri psichici possono essere troppo sollecitanti, e il rientro alla calma richiede tempi più lunghi ed esercizi successivi pensati apposta.

Il protocollo TRE ha cautele proprie. Chi ha una storia di trauma complesso non elaborato, una tendenza alla dissociazione, un disturbo cardiovascolare, un disturbo muscoloscheletrico acuto come un’ernia discale in fase acuta, o è in gravidanza, dovrebbe affrontarlo solo con un facilitatore esperto, e nei casi cardiovascolari dopo aver sentito il medico. Per gli stati psicotici acuti, gli episodi dissociativi gravi recenti, l’epilessia non controllata e le patologie cardiache scompensate il metodo non è di prima scelta e va valutato con il professionista sanitario di riferimento. Nessuno dei due approcci promette di risolvere un trauma.

Nei testi di fisiologia, osserva Baggio, i tremori compaiono come sintomi di quadri gravi, non come vibrazioni salutari. Se un tremore si presenta fuori dagli esercizi, spesso, o con dolore, è giusto parlarne con un medico.

Per approfondire

  • Alexander Lowen e Leslie Lowen, Espansione e integrazione del corpo in Bioenergetica, Astrolabio, 1979 (capitolo «Vibrazione e motilità» e Parte II).
  • Alexander Lowen, Bioenergetica, Feltrinelli (capitoli 1 e 2).
  • Luciano Marchino e Monique Mizrahil, Il corpo non mente, Frassinelli, 2004.
  • Gian Giacomo Baggio, Esercizi bioenergetici e vibrazioni. Cenni di neurofisiologia, Milano, 2011 (PDF).
  • David Berceli, Metodo TRE. Esercizi per rilasciare stress e traumi, Edizioni Spazio Interiore, 2016.
  • Peter Levine, Risvegliare la tigre.

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