


C’è una saggezza che non passa dalla testa. La sentiamo nella pancia, prima che il pensiero arrivi a formularla. Il nodo allo stomaco di fronte a una decisione che non ci convince. La fitta che precede una notizia difficile, come se il corpo l’avesse già saputa. Quel “lo sentivo, lo sapevo” che arriva da sotto l’ombelico e non dal cervello.
Il segmento addominale è la zona del corpo dove abita questa conoscenza viscerale — e dove, quando l’armatura si forma, quella conoscenza viene messa a tacere.
Wilhelm Reich, allievo di Freud e padre della psicologia somatica, descrisse l’addome come una delle sette cinture di tensione cronica che attraversano il corpo. Se il segmento pelvico — quello della prima sessione del ciclo — è il segmento del piacere trattenuto, l’addominale è il segmento della paura. Della paura viscerale, profonda, antica. Quella che precede le parole.
Nelle pagine di Analisi del carattere, Reich descrive il segmento addominale come il distretto in cui si trattengono le emozioni inghiottite: la rabbia primaria mai diventata grido, il dolore antico, e soprattutto la paura profonda dell’esistere. La pancia come stomaco emotivo — la zona in cui il corpo immagazzina ciò che la coscienza non è riuscita a digerire.
C’è una distinzione importante rispetto al pelvico. La paura del segmento pelvico è una paura specifica: la paura di lasciarsi andare al piacere, al riflesso involontario. La paura del segmento addominale è qualcosa di più ampio e più arcaico. È paura di esistere, paura dello spazio, paura dell’altro, paura del vuoto. È la paura che il neonato prova quando nessuno arriva, quando il mondo diventa troppo grande, quando il proprio corpo si sente solo. Quella paura, se non viene accolta e riparata, resta nella pancia da adulti — come un nodo permanente, basso, sempre presente.
Sciogliere questo segmento non significa togliere la paura. Significa renderla di nuovo accessibile. Perché la paura, quando viene sentita davvero, smette di essere un nodo cronico e ridiventa informazione. È quando viene chiusa e respinta che si cristallizza, e resta per anni, per decenni.
Negli ultimi decenni le neuroscienze hanno confermato ciò che Reich intuiva clinicamente: la pancia non è un organo da regolare, è un organo di conoscenza.
Il neurogastroenterologo Michael Gershon, della Columbia University, nel 1998 ha pubblicato un libro intitolato Il secondo cervello. La sua scoperta: l’intestino contiene un sistema nervoso enterico autonomo, con circa cinquecento milioni di neuroni — più del midollo spinale. Produce la maggior parte della serotonina del corpo. E comunica costantemente con il cervello attraverso il nervo vago, in entrambe le direzioni. Quello che sentiamo “nella pancia” non è una metafora. È letteralmente un secondo cervello che elabora, e che spesso parla per primo.
Il neuroscienziato Antonio Damasio, in Errore di Cartesio, ha spinto questa intuizione ancora più in là con la teoria dei marcatori somatici. La sua scoperta è radicale: non decidiamo con il pensiero e poi proviamo emozioni. Accade il contrario. Le scelte che chiamiamo razionali sono guidate da sensazioni corporee — i marcatori somatici — che ci dicono “questo sì”, “questo no”, molto prima che ne siamo coscienti. Damasio lo ha dimostrato studiando pazienti che avevano perso, per via di lesioni cerebrali, l’accesso a questi segnali viscerali: non erano diventati più razionali, erano diventati incapaci di decidere persino le cose più semplici.
In questa luce, il segmento addominale chiuso ha una conseguenza che va oltre l’ansia. Significa perdere l’accesso a una forma di conoscenza profonda. Diventare persone che ragionano molto e sentono poco — che sanno argomentare ma non sanno più cosa vogliono davvero.
La teoria polivagale di Stephen Porges offre una chiave per capire cosa accade nella pancia sotto stress e sotto paura. Quando il sistema nervoso percepisce un pericolo che non può combattere né da cui può fuggire, attiva una modalità antica e drastica: il freezing, governato dal ramo dorsale del nervo vago. Lo stomaco si chiude, la digestione si blocca, le viscere “spengono”.
È una risposta adattiva, utile quando serve davvero. Ma in molte persone contemporanee questa modalità è diventata cronica, di bassa intensità, sempre attiva — una pancia perennemente un po’ chiusa, un po’ lontana, un po’ in modalità di sopravvivenza anche quando il pericolo reale non c’è.
Bessel van der Kolk, nel suo Il corpo accusa il colpo, ha mostrato come il trauma si registri proprio in questo modo: nel corpo, sotto la soglia delle parole. Quando questo accade per anni, il corpo finisce per somatizzare — colon irritabile, gastrite, reflusso, tensioni addominali croniche, ansia di pancia. Non ogni disturbo gastrointestinale è psicosomatico, ma molti lo sono, anche quando hanno una manifestazione organica reale. La pancia chiusa cronicamente smette di funzionare bene anche dal punto di vista fisiologico.

Non tutte le pance chiuse si assomigliano. Alexander Lowen, fondatore della Bioenergetica, distingueva — tra le strutture caratteriali — almeno due tipi di addome: la pancia tesa e gonfia, che fa da scudo, e la pancia incavata e debole, che dice “non ho mai avuto abbastanza”.
Stanley Keleman, in Anatomia emozionale, ha precisato questa intuizione con due polarità: la pancia densa — compressa, contratta, dura al tatto — e la pancia collassata — assente, svuotata, senza tono vivo. Sono due forme diverse di chiusura, e raccontano due storie diverse. Una pancia densa ha imparato a difendersi, a tenere la guardia alta. Una pancia collassata ha imparato a sparire, a non farsi notare, a ritirarsi dal contatto.
Riconoscere a quale delle due assomiglia la propria pancia è già un passo importante. Una pancia densa ha bisogno di morbidezza, di rilascio, di contatto contenitivo. Una pancia collassata ha bisogno del contrario: di tono, di carica, di sentire un confine.
C’è una distinzione tecnica che differenzia profondamente il lavoro bioenergetico sull’addome da gran parte della cultura contemporanea del fitness e del wellness.
Oggi il messaggio diffuso è che la pancia debba essere piatta, tesa, scolpita. Il “core” forte come ideale di salute e di estetica. Per la bioenergetica questa è una pessima notizia: la pancia tonica del fitness è esattamente la pancia armata che il lavoro somatico cerca di sciogliere. Non è vitalità — è una corazza ben travestita, socialmente approvata.
Il lavoro bioenergetico sull’addome va nella direzione opposta. Non cerca di rinforzare il core, cerca di riabitare la pancia: di renderla di nuovo morbida, viva, ricettiva, capace di muoversi con il respiro e di sentire. Quando la pancia ritrova la sua intelligenza, ritrova anche un tono naturale — ma è un tono di vitalità, non di difesa. È la differenza tra un ventre che vive e un ventre che monta la guardia.
Non serve essere terapisti per riconoscere alcuni segni nel proprio corpo. Bastano poche domande oneste, fatte da seduti o sdraiati, in un momento di silenzio.
Non c’è giudizio in queste domande. Sono solo strumenti di osservazione. Se molte risposte indicano una pancia tesa, assente o silenziosa, sappi che è una condizione molto diffusa — non un difetto. È il prodotto di una cultura che premia il controllo e di una storia personale che ha avuto le sue ragioni.
Come tutta l’armatura, anche il segmento addominale ha cambiato forma rispetto ai tempi di Reich. Allora la pancia era chiusa dal divieto e dalla paura esplicita. Oggi è più spesso una pancia dissociata: una zona che semplicemente non si sente più, che è uscita dal radar della percezione quotidiana.
Si vive sempre più “dal collo in su”, nel pensiero, nello schermo, nella rappresentazione di sé. La pancia diventa un territorio remoto, di cui ci si accorge solo quando fa male. Si fa molto — si lavora, si decide, si parla di emozioni — ma con poco corpo. E quando la conoscenza viscerale viene tagliata fuori, restiamo più ansiosi e meno orientati: senza la bussola della pancia, ogni decisione diventa un calcolo, e nessun calcolo basta mai a darci pace.
Riabitare la pancia, in questa luce, non è solo un lavoro sul benessere. È un modo di ritrovare una forma di intelligenza che la cultura contemporanea tende a spegnere.
Quando il segmento addominale inizia a sciogliersi — e succede gradualmente, sessione dopo sessione — non cambia solo la digestione. Cambia il rapporto con la paura e con se stessi.
La paura smette di essere un nodo cronico e ridiventa un segnale chiaro, che arriva quando serve e se ne va quando è passato. Le decisioni diventano più semplici, perché torna disponibile la bussola viscerale di cui parlava Damasio. Il respiro scende più in basso, e con lui scende anche una parte del pensiero ossessivo che vive nella testa. La fame torna a essere una sensazione netta invece di una pressione confusa. E spesso, con il tempo, migliorano anche i sintomi fisici — perché una pancia che torna a respirare torna anche a funzionare.
Reich diceva che l’onda della vita, per essere piena, deve poter attraversare la pancia senza incontrare la diga del controllo. Quando quella diga si abbassa, non torna solo il benessere fisico: torna una forma di fiducia di fondo, la sensazione che si possa stare al mondo senza dover sempre tenere la guardia alta.
Lavorare il segmento addominale in un gruppo online ha una qualità preziosa. La pancia è una zona intima — toccarla, ascoltarla, lasciarle fare suoni e movimenti spontanei richiede una libertà che in una sala condivisa non sempre ci si concede. A casa propria, senza occhi addosso, ci si può permettere di entrare davvero in contatto con il ventre, di dargli voce, di lasciarlo tremare se ha bisogno di tremare.
L’unica cosa che serve è la disponibilità a darsi il permesso. La cornice è già pronta: la sala virtuale, le cuffie, lo spazio in cui ci si può muovere senza essere visti.
Il percorso continua con le altre sessioni del ciclo “Le 7 cinture“, una ogni due settimane, attraverso i sette segmenti dell’armatura dal pelvico fino agli occhi. Ogni sessione è autoconclusiva — si può partecipare anche a una sola — ma il ciclo intero offre un viaggio coerente attraverso l’intera mappa reichiana del corpo.
Per chi sente che il lavoro sulla pancia e sulla paura chiede uno spazio più individuale, le sessioni individuali di body therapy offrono un contesto più protetto e più calibrato sulla propria storia personale. Sono lo strumento più adatto a chi porta storie traumatiche, ansia importante, o il desiderio di un percorso più profondo di quello che il gruppo può offrire.
Per approfondire la cornice teorica, i testi di riferimento sono Analisi del carattere di Wilhelm Reich, Errore di Cartesio di Antonio Damasio, Il secondo cervello di Michael Gershon, Il corpo accusa il colpo di Bessel van der Kolk, e Anatomia emozionale di Stanley Keleman. La teoria polivagale è esposta da Stephen Porges nel libro omonimo e nella più accessibile Guida alla teoria polivagale.
Daniele Guainazzi — terapista corporeo, conduttore di gruppi di Pratica Bioenergetica, insegnante di BioYoga. Membro del direttivo dell’Istituto di Psicologia Somatorelazionale (IPSO) di Milano.
Conduco gruppi e sessioni individuali da oltre quindici anni. Mi sono formato nella Bioenergetica all’interno di IPSO, ho una pratica yogica continuativa dal 2009, e il mio approccio integra la lettura corporea reichiana con la psicologia umanistica di Carl Rogers e i contributi più recenti della teoria polivagale (Porges) e della clinica del trauma somatico (van der Kolk).

Per chi conosce la bioenergetica e vuole approfondire la mappa originaria di Reich — quella che Lowen ha ereditato ma non ha reso centrale nel suo metodo. Per chi è in un percorso di ricerca personale (psicoterapia, counseling, coaching, comunicazione nonviolenta, meditazione) e vuole portare il corpo nel proprio lavoro. Per chi ha familiarità con la teoria polivagale di Porges o con il lavoro di Bessel van der Kolk e vuole sperimentarne le radici nella pratica somatica diretta.
Per chi ha seguito il mio precedente ciclo sui sette chakra, alcuni territori torneranno familiari — visti però con una lente diversa: meno simbolica, più clinica; meno archetipica, più biografica. Le sessioni del ciclo sui chakra restano disponibili come archivio riservato per chi vorrà riattraversarle.
Il lavoro si svolge online su Zoom, ogni due settimane, dalle 19:00 alle 21:00. Ogni sessione è autoconclusiva: si può partecipare a una sola, o seguire tutto il ciclo. Chi non può essere presente in diretta può accedere alla registrazione integrale.
Un solo requisito pratico: uno spazio in cui ci si possa muovere liberamente, e in cui ci si possa permettere di fare qualche suono. Cuffie consigliate.
Questo non è un lavoro di scarica catartica. La bioenergetica matura — quella di Lowen tardivo, di Marchino, e quella che si è arricchita degli apporti della teoria polivagale — non insegue la catarsi come fine. Insegue la possibilità che l’energia, attraversando i punti in cui si era fermata, porti comprensione. Sentire diventa conoscenza di sé.
Con cadenza bisettimanale a partire da mercoledì 6 maggio 2026, mercoledì alle 19:00–21:00:
| # | Data | Segmento | Tema |
|---|---|---|---|
| 1 | mer 6 maggio | Pelvico | La resa |
| 2 | mer 20 maggio | Addominale | Il nodo della paura |
| 3 | mer 3 giugno | Diaframmatico | La cerniera |
| 4 | mer 17 giugno | Toracico | La rabbia e il pianto non pianto |
| 5 | mer 1 luglio | Cervicale | Il passaggio stretto |
| 6 | mer 15 luglio | Orale | La fame |
| 7 | mer 29 luglio | Oculare | Lo sguardo |
Contributo per la partecipazione alla singola sessione 20 €
e per la sola registrazione 15 €
Se si vuole partecipare in diretta a tutto il ciclo, il contributo che chiedo è di 110 €
Se si desidera avere solo le registrazioni, il contributo per tutto il ciclo è di 80 €.
Per il versamento del contributo, si può usare Revolut, Paypal, satispay o bonifico ordinario.
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