

C’è un momento, nella pratica bioenergetica, in cui il corpo smette di fare e comincia semplicemente a essere. Le gambe non reggono più — nel senso buono del termine — e inizia qualcosa che non si comanda: un tremore sottile, ritmico, che sale dai piedi verso l’alto come un’onda. Quel momento è una delle caratteristiche della pratica.
In una recente sessione online ho scelto di mettere quella stessa qualità vibratoria al centro di poco meno di due ore di lavoro insieme, costruendo un percorso che ho chiamato BioKundalini. Non un’etichetta nuova, ma un modo per nominare qualcosa di già presente:
Cercherò qui di raccontare quella convergenza — non come sistema di credenze, ma come mappa dell’esperienza corporea.
Lowen scriveva che un corpo sano è in uno stato costante di vibrazione, da sveglio e durante il sonno. Non si trattava di metafora: parlava di un fenomeno fisico, osservabile, che emerge quando i muscoli — dopo un lavoro appropriato — smettono di resistere e si lasciano attraversare da un movimento involontario e ritmico.
Dal punto di vista neurofisiologico, le vibrazioni bioenergetiche non sono patologia. Sono il segnale dell’affaticamento muscolare, ma allo stesso tempo la strategia che il corpo usa per far riposare le fibre sotto sforzo: un meccanismo di recupero sotto carico che la fisiologia conosce bene, ma che nella pratica quotidiana abbiamo quasi completamente disimparato a permettere.

La chiave è proprio questa: permettere. Lowen lo scriveva in termini pratici, Osho in termini contemplativi — con parole diverse dicevano la stessa cosa. Non fare lo scuotimento: lasciarlo accadere. Se lo forzi, rimane in superficie. Se lo abiti, entra in profondità.
Quello che si vuole produrre con gli esercizi bioenergetici, soprattutto quelli lenti e statici che agiscono sulle fibre muscolari posturali, è precisamente la condizione in cui il sistema nervoso si autorizza a lasciare andare la contrazione di base — quella che Lowen chiamava tono caratteriale — e il tremore emerge come distensione, non come collasso.
Non è un’esperienza strana. È un’esperienza dimenticata.
Prima che fosse Lowen a formalizzarla, la vibrazione era già riconosciuta come principio fondamentale di tutto il vivente.
La fisica lo dice: ogni particella è in moto. La biologia lo conferma: le cellule oscillano, il cuore pulsa, il sistema nervoso trasmette attraverso scariche elettriche ritmiche. Non c’è materia viva che non vibri.

La tradizione vedica aveva intuito tutto questo migliaia di anni prima degli strumenti di misurazione. In sanscrito, spanda — la pulsazione primordiale — è il nome di quella vibrazione sottile che pervade l’esistente. La Kundalini è, in questa visione, la forma in cui quella stessa energia si raccoglie nel corpo umano: arrotolata alla base della spina dorsale dalla nascita, custode di una forza vitale che esiste sotto molti nomi nelle diverse culture — energia pranica, Chi, bio-energia.
Il pensiero vedico non separa energia e coscienza: il risveglio della Kundalini non è solo un fenomeno fisico, è anche un ampliamento della percezione. Quando l’energia inizia a muoversi — in modo spontaneo o guidato — la persona non si sente solo più viva nel corpo, ma più presente, più lucida, più aperta all’esperienza.
Questa consonanza con l’esperienza bioenergetica non è casuale. Reich parlava già di energia orgonica come di un’energia che permea il vivente e che il corpo trattiene nelle proprie armature. Lowen ne fece la base degli esercizi. David Berceli, allievo diretto di Lowen, la portò in una direzione ancora più esplicita con il suo protocollo TRE.
Il metodo TRE — Tension and Trauma Releasing Exercises — risveglia in modo naturale l’innata capacità del corpo, comune a tutti i mammiferi, di rilasciare lo stress attraverso episodi di tremori neurogeni. Non si tratta di qualcosa di inventato: è una risposta biologica già presente in noi, che abbiamo progressivamente soppresso.

Osserviamo questa risposta negli animali: dopo uno stato di pericolo estremo — l’inseguimento di un predatore, una caduta — il loro corpo trema. Non è debolezza: è il sistema nervoso che riporta se stesso all’equilibrio. L’uomo, per l’eccessiva importanza data alla sfera mentale, ha progressivamente indebolito questo meccanismo naturale di tremore, al punto che i corpi restano cronicamente contratti anche lungo tempo dopo che il pericolo si è concluso.
Quello che Berceli ha portato è un protocollo di esercizi per riattivare quella capacità perduta.
Il cuore anatomico di questo protocollo è l’ileopsoas.
L’ileopsoas è il muscolo più profondo del corpo. Collega la colonna lombare al femore, attraversando il bacino. È il muscolo della postura, del camminare, del correre. È anche il muscolo che si contrae per primo nella risposta di allarme — quando ci spaventamo, quando ci proteggiamo, quando ci prepariamo alla fuga o all’attacco.

Per questo motivo, è uno dei principali contenitori di tensione cronica. E per lo stesso motivo, è uno dei principali attivatori del tremore spontaneo: quando viene allungato in modo progressivo e corretto, crea le condizioni ideali perché il sistema nervoso lasci andare quella contrazione, e le vibrazioni si propaghino verso il tronco, verso le gambe, verso l’alto.
Gli esercizi TRE mettono fondamentalmente in gioco il gruppo muscolare dell’ileopsoas, situato al centro di gravità del corpo. I tremori che emergono attraverso questo percorso possono raggiungere l’intero organismo.
Nella sessione BioKundalini abbiamo lavorato esattamente su questo: un allungamento progressivo dell’ileopsoas come preparazione alla meditazione, perché il corpo arrivasse alla pratica già disponibile a vibrare.
Osho ha costruito una forma di meditazione attiva che porta il nome di Kundalini non per caso. È una delle sue meditazioni più utilizzate e più efficaci, articolata in quattro fasi da un quarto d’ora ciascuna.
La prima fase è lo scuotimento: in piedi, lasciare che il tremore salga dai piedi verso l’alto, senza produrlo con la volontà. Osho lo diceva con grande precisione: non fare lo scuotimento — lasciar accadere lo scuotimento. Appena si interviene con la volontà, diventa esercizio fisico. Quando ci si arrende, diventa trasformazione.
La seconda fase è la danza: muoversi liberamente, senza forma, lasciando che il corpo trovi il suo modo di esprimersi.
Le ultime due fasi — immobilità in piedi o seduti, poi disteso — portano l’energia verso l’alto e permettono l’integrazione: il silenzio che raccoglie tutto ciò che è emerso nel movimento.
Dal punto di vista bioenergetico, questa struttura è impeccabile. Le prime due fasi attivano il ciclo di carica. Le ultime due permettono la distensione e il passaggio verso il sistema parasimpatico. Non è estetica orientale sovrapposta a una pratica corporea: è la stessa logica degli esercizi bioenergetici, portata in una forma accessibile e profonda.
Chi ha partecipato alla sessione online ha descritto — ognuno con le proprie parole — una sensazione di leggerezza insolita, di testa più sgombra, di corpo più vivo. Qualcuno sentiva ancora il corpo vibrare ore dopo.
Queste non sono promesse. Sono segnali che qualcosa nel sistema nervoso ha trovato spazio per rilasciarsi.
Il corpo sa come farlo. Sa come tornare all’equilibrio, come scaricare le tensioni inutilmente trattenute, come recuperare vitalità. Ha bisogno solo di un contesto in cui sia permesso — senza giudizio, senza urgenza, senza dover arrivare da qualche parte.
La Bioenergetica e la meditazione Kundalini di Osho condividono questa fiducia di fondo: il processo sa dove andare, se lo lasci andare.
Se vuoi esplorare questa pratica in modo diretto, puoi unirti ai gruppi settimanali di Pratica Bioenergetica a Milano o partecipare alle sessioni online. La prossima sessione a tema è in calendario: trovi tutte le date sul sito.
— Daniele Guainazzi Terapista corporeo | Conduttore di gruppi di Pratica Bioenergetica | Insegnante di BioYoga | Membro del direttivo IPSO Milano
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