
Pratica Bioenergetica online
Sei sessioni online di Pratica Bioenergetica sulle strutture caratteriali
C’è una fotografia di noi da bambini in cui stiamo già come stiamo adesso. Le spalle nella stessa posizione, il peso appoggiato più su una gamba che sull’altra, il collo portato avanti nello stesso modo. Cambiano i vestiti, cambia il viso, quella cosa lì resta.
Non è una questione di postura nel senso in cui la intende un fisioterapista. È qualcosa che riguarda il modo in cui ci siamo organizzati per stare al mondo: dove abbiamo imparato a trattenere, cosa abbiamo smesso di chiedere, quale movimento si è interrotto a metà e non è più ripartito. Il corpo ha preso una forma, e quella forma racconta una storia.

In Bioenergetica questa forma si chiama carattere. Non nel senso comune del termine, quello per cui una persona ha buon carattere o un caratteraccio, ma nel senso preciso che le hanno dato Wilhelm Reich prima e Alexander Lowen poi: il carattere è il modo in cui una difesa, nata per proteggerci in un momento in cui serviva davvero, si è depositata nei muscoli ed è diventata struttura.
Da novembre lavoreremo su questo, in sei sessioni online. E mercoledì 28 ottobre il ciclo si apre con una serata che mette le basi di tutto il percorso.
Wilhelm Reich, psicoanalista della cerchia di Freud, si accorse negli anni Trenta di una cosa che l’analisi verbale del suo tempo non riusciva a toccare. I suoi pazienti non resistevano soltanto con quello che dicevano o tacevano. Resistevano con il modo in cui respiravano, con il tono della voce, con la tensione della mascella, con l’immobilità del bacino. La difesa non era un contenuto mentale: era una condizione del corpo.
Da questa osservazione nasce il concetto di armatura caratteriale, la corazza muscolare che si costruisce per non sentire quello che sarebbe stato troppo da sentire. Reich la descrisse organizzata in sette segmenti, dagli occhi al bacino, e a quella mappa abbiamo dedicato il ciclo appena concluso.
Ma i segmenti dicono dove. Non dicono chi.
Due persone possono avere entrambe il diaframma bloccato, e avere due storie completamente diverse alle spalle, due modi opposti di stare in una relazione, due sofferenze che non si somigliano. È qui che il lavoro di Alexander Lowen aggiunge qualcosa di decisivo.
Lowen, che di Reich fu allievo e paziente, osservò che le armature si organizzano in configurazioni ricorrenti. Non infinite variazioni individuali, ma un numero limitato di soluzioni tipiche, ognuna legata a un momento preciso dello sviluppo e a un tipo preciso di ferita.
Ne descrisse cinque: schizoide, orale, psicopatico (o narcisistico), masochista, rigido. Ognuna con una forma corporea riconoscibile, una respirazione caratteristica, una distribuzione dell’energia, un modo di entrare in contatto e di ritirarsi.
Vale la pena essere chiari su un punto, perché è il punto in cui questo lavoro può essere frainteso. Le strutture non sono categorie in cui infilare le persone. Sono posizioni che tutti attraversiamo, in momenti diversi della vita e a volte nella stessa giornata. Nessuno è uno schizoide. Ciascuno di noi conosce, in qualche misura, il ritiro schizoide, la fame orale, il controllo narcisistico, lo schiacciamento masochista, la rigidità del corpo che non cede. Quello che cambia è quale di queste posizioni sia diventata la nostra casa, il posto in cui torniamo quando siamo sotto pressione.
Lowen aggiunse anche un’altra cosa, che a me sembra la più importante: ogni struttura non è solo una difesa. È stata una soluzione intelligente. Un bambino che si ritira davanti a un ambiente ostile sta facendo la cosa giusta. Il problema è che quella cosa giusta, trent’anni dopo, continua a funzionare anche quando l’ambiente è cambiato.
Alle cinque strutture di Lowen ne aggiungiamo una sesta, che nella sequenza classica manca e che si sente mancare.
Tra la posizione orale e quella narcisistica c’è un salto. Si passa dal «non ho ricevuto abbastanza» al «devo controllare l’altro perché non controlli me» senza attraversare il passaggio che sta in mezzo, e che è forse il più diffuso di tutti: posso diventare me stesso senza perderti?
Stephen M. Johnson, psicoanalista americano che ha portato la lettura caratteriale dentro un impianto evolutivo più fine, lo chiama carattere simbiotico. Il bambino posseduto, l’owned child: quello a cui è stato permesso di essere amato, ma non di andarsene. La ferita non è la mancanza di cure. È l’eccesso di appartenenza. Il compito evolutivo dei due o tre anni, separarsi restando in relazione, non è stato attraversato fino in fondo, e la conseguenza è una difficoltà profonda con l’autoaffermazione: affermarsi significa tradire.
Nel corpo, questo si sente come un movimento che parte e si ferma. La spinta c’è, arriva fino alle braccia, e lì si ritira.
Prima. Lo schizoide, o il diritto di esistere. Il ritiro precoce, il corpo che si assottiglia, le estremità fredde, la testa che lavora molto e il tronco che sente poco. La sensazione di essere presente senza essere davvero qui. Lavoreremo sul contatto con i propri confini, sul calore, sul radicamento minimo che rende possibile abitare il corpo.
Seconda. L’orale, o il diritto di avere bisogno. Il petto che si affossa, le gambe che non reggono fino in fondo, la fame che non trova mai la cosa giusta. Johnson lo chiama hungering self, il sé affamato, e descrive una dinamica precisa: nel momento in cui qualcosa finalmente arriva, invece di riceverla si collassa.
Questa posizione ha due facce, e in sessione le attraverseremo entrambe. C’è la forma collassata, che la richiesta la fa, e c’è la forma compensata, che la nega: chi regge tutti, chi si prende cura, chi non chiede mai niente a nessuno. Sotto, la fame è la stessa. Lavoreremo sul reaching out di Lowen, il tendersi verso, e sulla capacità di sostenere il proprio peso senza irrigidirsi per farlo.
Terza. Il simbiotico, o il diritto di possedere se stesso. La colpa che accompagna ogni movimento di autonomia. La rabbia che non trova legittimità perché affermarsi sembra distruggere. Lavoreremo sulla spinta, sul no vocale, sulla delimitazione dello spazio con le braccia e con la voce.
Quarta. Il narcisistico, o il diritto di essere autonomo. L’energia che sale verso l’alto, il torace ampio e il bacino stretto, la seduzione o il dominio come modi di stare in relazione senza esporsi. Sotto, una diffidenza antica. Lavoreremo sulla discesa dell’energia verso il basso, sul bacino, sul cedere il controllo per un tempo breve e sopportabile.
Quinta. Il masochista, o il diritto di affermarsi. Il corpo compresso, il collo corto, il carico che si accumula sulle spalle. Fuori il sì, dentro il no, e in mezzo una rabbia che non trova la strada. Lavoreremo sull’espressione diretta, sulla voce piena, sulla decompressione della gabbia toracica.
Sesta. Il rigido, o il diritto di amare pienamente. La schiena dritta, l’orgoglio come forma somatica, il cuore protetto dalla dignità. La scissione tra il sentimento e la sessualità. Lavoreremo sull’arco loweniano, sulla morbidezza della schiena, su quello che accade quando la corazza non serve più.
L’ordine non è casuale. Segue la cronologia dello sviluppo, dalla ferita più precoce alla più tardiva, e questo significa che il ciclo procede da un lavoro più delicato a un lavoro più espressivo. Chi partecipa lo sentirà nel corpo prima di capirlo con la testa.
C’è una ragione per cui quest’anno voglio lavorare sulle strutture, e riguarda quello che sta succedendo nel campo delle pratiche corporee.
Negli ultimi dieci anni la regolazione del sistema nervoso è diventata il centro del discorso. Respirare in un certo modo, allungare l’espirazione, stimolare il vago, tornare in finestra di tolleranza. Sono cose vere e sono cose utili, e la teoria polivagale di Stephen Porges ha dato al lavoro corporeo un linguaggio che prima non aveva.
Ma il sistema nervoso non è una centralina da regolare dall’esterno.
Quello che questi approcci raggiungono, quando funzionano, è uno stato: una condizione temporanea, preziosa, che dura finché dura. La struttura è un’altra cosa. È la forma che si è depositata, e per muoverla serve qualcosa che il respiro da solo non fa. Lowen, che pure alla respirazione dedicava metà del suo lavoro, lo diceva senza troppi giri di parole: gli esercizi respiratori da soli non sciolgono le tensioni croniche.
Serve la carica. Serve che l’energia salga abbastanza da incontrare la resistenza, che la resistenza si faccia sentire, e che qualcosa possa scaricarsi. È il passaggio che la Bioenergetica ha custodito e che gran parte del campo somatico contemporaneo ha lasciato indietro, probabilmente perché è meno rassicurante da proporre.
Reich lavorava su corpi repressi. Il suo paziente tipo era una persona che sentiva molto e non poteva esprimerlo, e la corazza serviva a contenere una pressione che premeva.
Il corpo che arriva oggi in una sessione è spesso un altro. Non trattiene: è scollegato. Sa raccontare la propria storia con lucidità e non sente quasi niente mentre la racconta. La difesa non è più soltanto repressione, è dissociazione, e questo cambia il lavoro. Non si tratta di aprire una diga. Si tratta, molto più lentamente, di ricostruire un filo tra la persona e le proprie sensazioni.
Le strutture caratteriali restano una mappa valida anche in questo scenario. Cambia però il modo di percorrerla: meno pressione, più tempo, più attenzione al momento in cui qualcuno si stacca.
Durante il ciclo useremo dei nomi, e i nomi hanno un potere che va maneggiato con cura. Chi partecipa si riconoscerà in una descrizione, forse in due, e la tentazione di trasformare quel riconoscimento in un’etichetta sarà forte.
Non è quello che facciamo. La Pratica Bioenergetica di gruppo non è una psicoterapia e non produce diagnosi. Il valore di queste mappe sta nel loro uso fenomenologico: servono a dare un nome a qualcosa che si sente e che fino a quel momento non aveva parole. Servono a riconoscere, non a classificare.
Se durante il ciclo emerge materiale che chiede uno spazio individuale, quello spazio esiste, ed è giusto usarlo.
Il lavoro caratteriale a distanza ha un vantaggio che in presenza non c’è, e riguarda l’esposizione.
Le strutture toccano vergogne antiche. Il collasso orale, la sottomissione masochista, il ritiro schizoide sono posizioni che in gruppo, sotto gli occhi degli altri, si tende a mascherare. A casa, con le cuffie, con le proprie pareti attorno, la maschera cade prima. Molte persone che seguono le sessioni online mi dicono che lì hanno pianto o urlato per la prima volta.
Serve poco: uno spazio in cui potersi stendere, un tappetino, un cuscino, un bastone o un manico di scopa, delle cuffie decenti. E la disponibilità a lasciare che esca quello che vuole uscire.
Il ciclo si apre mercoledì 28 ottobre con una serata che posa le fondamenta, aperta anche a chi non ha mai fatto Bioenergetica. Non è una conferenza: nella prima parte metto le basi, cosa intendiamo per energia in questo lavoro, come un bambino si adatta quando un suo diritto fondamentale non viene riconosciuto, e una panoramica dei sei caratteri con il diritto negato che sta all’origine di ciascuno. Nella seconda parte si pratica, attraversando le età in cui il carattere prende forma, dalla nascita ai sei o sette anni. Non si va a cercare ricordi: si sente, nel corpo di adesso, cosa ne è rimasto.
Sette mercoledì sera, dalle 19.00 alle 21.00, con cadenza quindicinale:
Il ciclo si ferma per le feste: niente sessioni il 23 dicembre e il 6 gennaio.
Le sessioni si tengono su Zoom e durano due ore. Chi non può esserci in diretta può richiedere la registrazione.
Ogni sessione è autoconclusiva. Il contributo che chiedo è questo:
Per informazioni: guainazzi@gmail.com, oppure 338 733 7286. Prima di iscriversi, chi non ha mai fatto Bioenergetica può chiamarmi: preferisco parlare qualche minuto al telefono piuttosto che far arrivare qualcuno impreparato alla prima sessione.
I fondamenti
Lowen: corpo, emozioni, spiritualità
Sul carattere
In Italia
Manuali pratici
Dintorni contemporanei
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Daniele Guainazzi, terapista corporeo, counselor a mediazione corporea, insegnante di Bioenergetica e di Yoga, con più di quindici anni di esperienza nella conduzione di gruppi.
Le sessioni sono pratiche corporee: non sono psicoterapia e non sostituiscono un percorso di cura medico o psicologico.
Prima di iscriverti puoi scrivermi o chiamarmi: preferisco parlare qualche minuto al telefono.