
Per molti di noi settembre è un piccolo capodanno. Si torna dall’estate con qualcosa di diverso addosso: un’idea più chiara, una stanchezza finalmente riconosciuta, la voglia di cambiare qualcosa che durante l’anno non trovava spazio. E si fanno promesse. Quest’anno mi occupo di più di me. Quest’anno non mi faccio travolgere.
Poi arriva ottobre.
Le scadenze, le abitudini, le richieste degli altri riprendono il loro posto, e nel giro di qualche settimana gli automatismi tornano a decidere al posto nostro. Non succede per mancanza di forza. Succede spesso perché abbiamo affidato il cambiamento allo strumento sbagliato: la volontà.
La volontà la conosciamo bene, e la riconosciamo nel corpo prima ancora che nei pensieri. La mascella si serra, le spalle salgono, il respiro si sposta in alto, nel petto, e il baricentro con lui. Tutto si raccoglie nella testa, che decide, pianifica, spinge. A volte funziona. Ma consuma, e quando la tensione cede si torna esattamente dove si era partiti, con in più la sensazione di aver fallito.
L’intento è un’altra cosa. È più silenzioso, si sente nel ventre e nel petto prima ancora di saperlo dire, e somiglia più a una direzione che a uno sforzo. È il luogo verso cui la parte più profonda di noi ci sta già portando, al di là di quello che semplicemente vogliamo.
L’introduzione alla sessione, circa undici minuti, è disponibile sul canale YouTube di Pratica Bioenergetica.
La registrazione completa della sessione è su Google Drive, con accesso su richiesta: aprendo il link si invia una richiesta di visualizzazione, e ti rispondo personalmente con le indicazioni per ricevere l’accesso. Serve un indirizzo Gmail.
Distinguere questi due movimenti non è un esercizio filosofico. Ha conseguenze molto concrete su come viviamo i nostri cambiamenti, e su chi li decide.
La volontà egoica si muove per ottenere qualcosa che l’Io ci chiede: un riconoscimento, una sicurezza, un’immagine di noi da difendere o da conquistare. Ha un obiettivo, e l’obiettivo è quasi sempre fuori. Per questo è facile che sia presa a prestito: dalla famiglia, dal lavoro, dalla pubblicità, da quello che pensiamo ci si aspetti da noi.
L’intento nasce più in profondità. Non lo si costruisce, lo si ascolta. Ha a che fare con il cuore e con le viscere più che con la corteccia, con l’intuizione più che con il calcolo. E spesso ci sorprende, perché non coincide con quello che avevamo programmato.
A volte volontà e intento vanno nella stessa direzione, e allora il gesto è pieno, senza attrito. Altre volte divergono. Allora ci troviamo a lavorare con fatica enorme per qualcosa che, sotto, non desideriamo davvero; oppure a sabotare in mille modi piccoli una cosa che, sotto, ci chiama. Senza una direzione nostra, il rischio è di essere cambiati da altri: dagli eventi, dalle circostanze, da chi ha più bisogno di noi di decidere dove andiamo.
Intento e intuito suonano vicini, ma hanno radici latine diverse, e la differenza è istruttiva.
Intento viene da intendere: in più tendere, tendere verso, dirigere. È la famiglia di tensione, intenzione, attenzione. L’immagine di fondo è quella di un arco teso verso il bersaglio: un movimento del corpo intero che si orienta.
Intuito e intuizione vengono invece da intueri: in più tueri, guardare, fissare lo sguardo su qualcosa. La lettura diffusa «vedere dentro» è più suggestiva che esatta; in latino significa piuttosto contemplare, osservare con attenzione. Curiosamente, tueri vuol dire anche custodire, ed è la radice di tutela.
Messe insieme, le due parole descrivono un processo. L’intuizione vede la direzione. L’intento è il corpo che si tende verso di essa.
C’è una terza parola che sta sotto le altre due, ed è desiderio. Viene da de-sidera: letteralmente, la mancanza delle stelle. La lettura più diffusa è quella della nostalgia, del sentire che manca qualcosa e cercare di colmarlo.
Ma c’è un’altra lettura, che a me sembra più utile. Gli antichi interrogavano gli astri per orientarsi, sul mare e nella vita. Quando in cielo non c’è nulla che indichi la via, diventiamo consapevoli di poter scegliere noi in che direzione andare. L’intento, in questo senso, è la stella che smettiamo di cercare fuori.
Anche il desiderio, però, ha molte sfumature, e la lingua italiana le distingue con precisione. C’è l’agognare, che brucia d’ansia, tende i muscoli e li sforza, e ha la stessa radice dell’agonismo. C’è l’ambire, che non va dritto al suo oggetto ma ci gira intorno, cerca scorciatoie e porte di servizio, ed è forse la forma più vicina alla volontà dell’Io. E c’è l’anelare, che viene da una parola latina legata al soffio, al respiro affannato di chi aspira davvero a qualcosa.
Tre modi di volere, tre corpi diversi. Vale la pena chiedersi quale ci è familiare, e quale invece non ci permettiamo.

Nella bioenergetica di Alexander Lowen questa distinzione ha un fondamento preciso. In La voce del corpo Lowen separa la volontà di vivere dal desiderio di vivere.
La volontà di vivere è uno strumento dell’Io: è ciò che ci fa stringere i denti e tenere duro quando incontriamo un ostacolo. Ed è proprio questo il punto. Dove non c’è ostacolo a un impulso, la volontà non serve: non ho bisogno di volontà per fare quello che desidero davvero. Se una persona vive di sola volontà, qualcosa nel suo desiderio profondo si è indebolito.
Il desiderio di vivere, invece, è biologico, organico. Lowen lo legge nel respiro: la profondità con cui una persona inspira è la misura più diretta della sua forza vitale, e la capacità di lasciar uscire l’espirazione fino in fondo riflette il desiderio di amare e di condividersi con gli altri.
Ne viene una conseguenza pratica. Non si ritrova l’intento rafforzando la volontà, ma restituendo al corpo la possibilità di sentire. Quando l’armatura caratteriale si allenta, quando il respiro torna a scendere, il desiderio profondo ha di nuovo un canale per arrivare alla coscienza. E a quel punto, spesso, la direzione si mostra da sola.
Nel manuale di esercizi scritto con Leslie Lowen, Espansione e integrazione del corpo in Bioenergetica, Lowen usa un’immagine che descrive bene il rapporto tra Io e intento.
Pensate a un cavallo e al suo cavaliere. Il cavaliere tiene le redini: decide la direzione e la velocità, ed è l’Io, la coscienza, il comportamento deliberato. Il cavallo fornisce la forza e la sicurezza del passo che portano il cavaliere dove desidera andare. Se il cavaliere perde i sensi, il cavallo nella maggior parte dei casi lo riporta a casa. Se crolla il cavallo, il cavaliere può solo avviarsi a piedi.
Il cavallo, per Lowen, è il centro basso del corpo: il ventre, il bacino, le gambe. È quello che i giapponesi chiamano hara, e che Karlfried Graf Dürckheim, citato nello stesso testo, considera la sede di una forza e di una precisione che la tecnica più raffinata o la forza di volontà più determinata non riescono a dare.
Noi occidentali, osserva Lowen, viviamo per lo più centrati nella parte alta del corpo, nella testa. Ci fidiamo del cavaliere e trascuriamo il cavallo. Eppure la gran parte dei nostri movimenti non è diretta consapevolmente: nasce da quel centro più antico e istintivo.
L’intento abita lì. È il cavallo che sa la strada di casa.
Che il ventre abbia una sua intelligenza non è solo un modo di dire. Michael Gershon ha descritto il sistema nervoso enterico come un vero «secondo cervello»: una rete neurale autonoma nell’intestino, che manda al cervello informazioni almeno quanto ne riceve. Antonio Damasio, nell’Errore di Cartesio, ha mostrato come le nostre decisioni passino attraverso i marcatori somatici, segnali del corpo (battito, tensione muscolare, sensazioni viscerali) che orientano la scelta prima ancora che la mente abbia finito di ragionare. Senza questi segnali, la ragione pura si inceppa.
Detto in parole nostre: l’intuizione arriva prima come sensazione, e solo dopo come pensiero.
Ma arriva solo se trova la strada aperta. Un diaframma cronicamente contratto, una pancia trattenuta, un respiro che non scende mai sotto lo sterno sono altrettanti filtri. Il segnale c’è, ma non passa. E allora la testa decide da sola, con i dati che ha, e decide spesso secondo quello che è giusto, ragionevole, atteso. Per questo nel lavoro sull’intento il respiro addominale e lo scioglimento del diaframma non sono un riscaldamento: sono il centro della pratica.
Una cautela, però. Non tutto quello che sentiamo nella pancia è intento. L’ansia, la paura, i vecchi automatismi del carattere parlano anch’essi attraverso il corpo, e possono travestirsi da intuizione. Imparare a distinguere richiede tempo, ascolto e, spesso, qualcuno che ci rimandi quello che vede.
Reich parlava di repressione: impulsi trattenuti, emozioni tenute dentro dall’armatura. Oggi, accanto alla repressione, vediamo sempre più spesso la dissociazione. Non tratteniamo il desiderio: semplicemente non lo sentiamo, perché è stato sostituito.
Viviamo immersi in proposte di desiderio già confezionate. Cose da possedere, corpi da avere, vite da imitare, obiettivi di produttività scanditi da un’applicazione. Molto di quello che chiamiamo desiderio nasce nella testa ed è, a guardarlo da vicino, di seconda mano. Non per questo va disprezzato o represso. Ma riconoscerlo per quello che è fa una differenza enorme, perché un desiderio indotto, una volta soddisfatto, lascia esattamente il vuoto di prima.
Seguire i propri sogni e non i sogni degli altri, oggi, richiede un lavoro attivo: togliere quello che non è nostro per sentire quello che resta.
Non è una diagnosi, solo qualche domanda da portare con sé.
Daniele Guainazzi — terapista corporeo, conduttore di gruppi di Pratica Bioenergetica, insegnante di BioYoga. Membro del direttivo dell’Istituto di Psicologia Somatorelazionale (IPSO) di Milano.
Conduco gruppi e sessioni individuali da oltre quindici anni. Mi sono formato nella Bioenergetica all’interno di IPSO, ho una pratica yogica continuativa dal 2009, e il mio approccio integra la lettura corporea reichiana con la psicologia umanistica di Carl Rogers e i contributi più recenti della teoria polivagale (Porges) e della clinica del trauma somatico (van der Kolk).

Il lavoro si svolge online su Zoom, ogni due settimane, dalle 19:00 alle 21:00. Ogni sessione è autoconclusiva: si può partecipare a una sola, o seguire tutto il ciclo. Chi non può essere presente in diretta può accedere alla registrazione integrale.
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